Dare un’anima alla società

Dare un’anima alla società

17 Marzo 2023

La pastorale sociale ha dedicato al terzo Cantiere di Betania il Seminario invernale che si è tenuto a Palermo dall’8 all’11 febbraio scorso. Hanno partecipato 140 persone provenienti dalle diverse regioni e diocesi. Il quadro di riferimento è stato il brano evangelico di Marta e Maria (Lc 10, 38-42), nella ricerca della “parte migliore”.
La centratura sulla spiritualità non è marginale per chi si occupa di problemi sociali, lavoro, economia, politica, giustizia, pace, cura del creato. Il tema è apparso a tutti un fondamento. La formazione spirituale è il proprium della pastorale sociale e consente di illuminare una visione della spiritualità spesso concentrata sulla vita interiore, esito di una tradizione dualista e di un modello estetico, come ha rilevato il teologo don Giuliano Zanchi nella sua relazione. È diffusa la convinzione che quando si parla di spiritualità si debba mettere in campo la preghiera, la liturgia come “cose da fare”, da aggiungere alla vita che in realtà va per la sua strada, fatta di impegni, di corse, di affari, di compromessi. Inoltre, la spiritualità in salsa postmoderna soffre di deriva estetica: coincide con il benessere psicofisico, le meditazioni interiorizzante, l’adesione a un modello puramente cultuale che scivola facilmente verso una matrice apocalittica. Queste malattie della spiritualità trovano la loro cura in un più forte radicamento cristologico, legato al valore della Parola di Dio. Ciò porta a due guadagni: il primo è la parresia nel dire la verità, e il secondo è la mitezza dell’agire che evita forme di scontro violento.
La spiritualità cristiana o è incarnata o non è. San Paolo parla di “incorporazione” a Cristo, mettendo insieme il legame di fede con il corpo. Geniale intuizione. Nella spiritualità cristiana, perciò, la cura della giustizia scommette sul compimento dei legami umani, riflette la pienezza della vita evangelica fino a restituire dignità culturale e storica alla dimensione spirituale.
Le giornate di Palermo sono state scandite da un percorso di incontro tra i partecipanti, fatto di veri e propri laboratori sinodali di ascolto, di condivisione e progettazione. Perché il “come” dei nostri percorsi, quando è attraversato dallo Spirito, è anch’esso essenziale dimensione spirituale. L’esperienza insegna il valore del metodo sinodale, soprattutto quando favorisce la conversazione spirituale: se ben applicato può dare buoni frutti.
Ci siamo interrogati, grazie ad alcune testimonianze, come sia possibile dare un’anima alla comunicazione, all’economia e alla politica. Ci siamo lasciati toccare dalla santità del beato Pino Puglisi entrando nei luoghi della sua missione e del suo martirio al quartiere Brancaccio. Tutto ciò per dirci che non siamo all’anno zero: c’è una storia di spiritualità feconda che ha attraversato il nostro Paese e ci sono persone che provano quotidianamente a prendersi cura dei rapporti sociali interrogando il senso del nostro abitare la terra e tessendo brani di fraternità orientati dall’umanità di Gesù.
Il Cammino sinodale fa emergere la necessità di passare dal fare alla cura delle relazioni. Si sa quanto sia pastoralmente sterile la serie ripetitiva di attività che resta in superficie e non valorizza le persone. Perciò avvertiamo l’urgenza di creare reti comunitarie. Può andare in soffitta il tempo in cui gli uffici diocesani lavorano in autonomia senza sintonizzarsi con gli altri e deve prendere piede lo stile di lavoro per progetti che condividono una visione. Ogni volta che si avviano processi comunitari, la pastorale ne esce convertita. Diventa meno autocentrata e più decentrata. Al centro tornano le persone, i loro mondi vitali e non i sogni di grandezza di qualcuno. Si aprirà finalmente anche una comunione concreta, quotidiana e più vera con i giovani e il loro mondo? La loro intensa ricerca di valori e la loro freschezza di pensiero reclama ad alta voce un radicamento nella dimensione spirituale. Non è mancato il suggerimento di invitare i giovani vicini alla pastorale sociale a immaginare il programma del prossimo seminario nazionale.
Altra esigenza molto sentita è il creare comunità territoriali con tutti i soggetti che hanno a cuore il bene comune. Le diocesi si aprono al dialogo ecumenico e interreligioso, ma si mettono in relazione con tutti gli ambienti di vita che animano il tessuto sociale di un territorio. Quando si creano momenti di incontro con le amministrazioni, con le imprese, con gli enti del terzo settore, la qualità della vita sociale ne esce migliorata e accresciuta. È più facile superare la frammentarietà di una pastorale delle occasioni, per andare verso una pastorale integrata che ci liberi dall’affanno a contare le persone e ci faccia chiedere “non quanti eravamo, ma chi eravamo”.
Il compito ecclesiale di formare le coscienze ha una vasta gamma di possibilità. Si esprime spezzando la Parola di Dio, condividendo occasioni di studio e di dialogo sull’insegnamento sociale della Chiesa, entrando nei luoghi di lavoro e offrendo anzitutto ai giovani il dono di un accompagnamento vocazionale. Perché il lavoro è molto di più della professione. La politica è molto di più dei risultati elettorali. L’economia è molto di più della produzione di beni. La persona fa la differenza. Nella programmazione, dunque, torna in primo piano la formazione: una formazione “cristologica” centrata sull’incarnazione, unificante. Lo stesso paradigma dell’ecologia integrale ci guida a centrare intorno alla dimensione profetica e spirituale ogni piano di attività. Ritorna l’esigenza di offrire vicinanza, sostegno nel discernimento e compagnia spirituale a quanti si impegnano nei difficili reticoli sociali, nel mondo dell’economia e del lavoro, nella comunicazione, nelle istituzioni e nella politica. Con l’invito a dare nuove energie a questa esperienza di condivisione, che evangelizza vivendo in mezzo agli uomini e alle donne che si donano in prima persona.
Una pastorale che si affida non agli eventi ma ai cammini comprende l’urgenza di un linguaggio rinnovato e lo cura. La preoccupazione non diventa più quella di onorare le scadenze annuali, ma di far sentire accolte le persone nell’ordinario, offrendo alle esperienze sociali e aggregative quella irrinunciabile radice evangelica che le fa crescere come la ricchezza più importante del territorio. La profezia di partire dalla povertà vecchie e nuove diventa lo stile inconfondibile della Chiesa che annuncia il valore della vita al di là della sua utilità. Le realtà penultime sono così rivelative di quelle ultime. Solo nella fedeltà ad esse ci si apre al dono di Dio. Accogliere “le sofferenze di Dio nel mondo”, come amava dire Bonhoeffer, è il modo più vero di diventare cristiani. Da animatori della storia.