L’omelia del Card. Zuppi

L’omelia del Card. Zuppi

3 Aprile 2025

Pubblichiamo l’omelia del Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, alla Messa conclusiva della Seconda Assemblea sinodale.

Concludiamo questi giorni intensi, di confronto, di passione per il Vangelo, per la Chiesa e per il mondo, di gaudium et spes, ritrovandoci tutti intorno alla mensa del Signore. Sento la grazia di questo luogo che ci riporta alle origini dell’avventura cristiana, ci aiuta a capire con Pietro il nostro peccato ma anche il suo perdono, chi è il più grande e quale è la pietra su cui costruire la Chiesa. Qui contempliamo l’orizzonte universale, cattolico, il popolo al quale apparteniamo anche quando siamo pochi e ci sentiamo, a volte, perduti. È, diceva Paolo VI, “punto canonico, storico e visibile, spirituale e mistico della sua prodigiosa e commovente unità; […] dove è così bello incontrarsi con gente d’ogni paese, e sapersi tutti fratelli, tutti fedeli, tutti uniti dalla medesima fede e dalla medesima carità, cioè tutti cattolici” (Udienza generale, 25 aprile 1968). Amiamo e difendiamo ad ogni costo l’unità, “dall’Oriente all’Occidente” che, poi, è sempre la premessa per la pace. Sono con noi tutte le nostre Chiese e comunità, che hanno camminato e si sono impegnate in tante consultazioni e confronti. Come diceva Cusano “la vera concordia è intessuta con fili diversi (vera concordia ex diversitate contexeretur)”. E di questi fili diversi siamo grati al Signore che ci ha “tessuti” e, come allora, ci ricordiamo di ciò che ha fatto ardere il nostro cuore per la via e per questo oggi rinnoviamo la nostra fiducia in Gesù: “tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17). La comunione è pensarsi insieme, quel “cuore solo e un’anima sola” che non annulla le differenze, ma annulla la divisione, che non umiliano l’io ma l’orgoglio che lo deforma, che ci rendono felici perché in questa casa di amore tutto ciò che è suo è nostro e viceversa. Il Papa è il servo dei servi e il suo servizio ricorda a tutti noi di essere servi, di scegliere di esserlo oggi.
Poter celebrare insieme ci fa ritrovare la nostra vera identità, che non dobbiamo mai smarrire, che ci qualifica perché da come ci amiamo siamo e saremo riconosciuti e siamo discepoli di colui che si è fatto servo perché non fossimo servi ma amici, che si piega a lavare i piedi ai fratelli e non in teoria o con raccomandandoli a qualche specialista, ma in concreto. Il cammino sinodale ci riporta alla dimensione essenziale della comunità, in un mondo di imperante, sfacciato, individualismo, dove non a caso è prevalente la logica della forza, di vecchi nazionalismi che si rieditano e trovano tanto spazio proprio perché così poco c’è il senso di comunità e di comunità universale. Insieme e mai senza o contro gli altri. Come disse Papa Francesco “la tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi” (Omelia, 31 maggio 2020). È lo Spirito che ci unisce, lo spirito che diventa comunione, legame santo da amare e difendere sempre, attenti a non offenderlo con l’arroganza delle proprie convinzioni che portano spesso a giudicare l’altro. Aggiunse: “Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico” (Omelia, 31 maggio 2020). La comunione è la pienezza dell’amore di quella casa dove tutto ciò che è mio è tuo e non diventa più mio secondo il possesso ma solo secondo l’amore. Quanto immiserisce la Chiesa il contrario. Nella sinodalità il cammino è insieme, solo insieme, espressione del servizio comune e relativizzandoci gli uni agli altri, costruendo relazioni affettive, perché la Chiesa non è un’idea ma un incontro, una relazione con al centro il Signore per cui vale la pena perdere la vita. “Se in primo luogo ci sono i nostri progetti, le nostre strutture e i nostri piani di riforma scadremo nel funzionalismo, nell’efficientismo, nell’orizzontalismo e non porteremo frutto” (Papa Francesco, Omelia, 23 maggio 2021). Oggi nel mondo c’è tanta discordia, tanta divisione. Quante guerre e quanta logica di guerra, preoccupante. La guerra è sempre preparata dall’incomprensione, dal perdere il gusto di stare con l’altro, dall’odio, dal pregiudizio. Sembra incredibile il male che l’uomo può compiere! Ecco perché il cammino, che non è un itinerario già predefinito, ma andare dietro Gesù, un cammino secondo lo Spirito, “non un parlamento per reclamare diritti e bisogni secondo l’agenda del mondo, non l’occasione per andare dove porta il vento, ma l’opportunità per essere docili al soffio dello Spirito. Perché, nel mare della storia, la Chiesa naviga solo con Lui, che è «l’anima della Chiesa», il cuore della sinodalità, il motore dell’evangelizzazione. Senza di Lui la Chiesa è inerte, la fede è solo una dottrina, la morale solo un dovere, la pastorale solo un lavoro. A volte sentiamo cosiddetti pensatori, teologi, che ci danno dottrine fredde, sembrano matematiche, perché manca lo Spirito dentro. Con Lui, invece, la fede è vita, l’amore del Signore ci conquista e la speranza rinasce” (Papa Francesco, Omelia, 28 maggio 2023). Ecco lo Spirito che abbiamo trovato e vissuto in questi giorni. Camminiamo insieme perché siamo chiamati a servire il Vangelo. Lo Spirito, di fronte agli incroci dell’esistenza, ci suggerisce la strada migliore da prendere. Perciò è importante saper discernere la sua voce da quella dello spirito del male. Sentiamo in un mondo di divisioni, di violenza e paura, nella babele che sembra impadronirsi delle relazioni tra le persone e i popoli, anche perché abbiamo dimenticato la voce dello Spirito, la necessità vitale di uscire, “il bisogno fisiologico di annunciare, di non restare chiusa in sé stessa: di non essere un gregge che rafforza il recinto, ma un pascolo aperto perché tutti possano nutrirsi della bellezza di Dio; ci insegna a essere una casa accogliente senza mura divisorie” (Papa Francesco, Omelia, 5 giugno 2022). Forse dobbiamo dire che in questi giorni troppo poco abbiamo parlato dei poveri! “Lo spirito mondano, invece, preme perché ci concentriamo solo sui nostri problemi, e sui nostri interessi, sul bisogno di apparire rilevanti, sulla difesa strenua delle nostre appartenenze nazionali e di gruppo. Lo Spirito Santo no: invita a dimenticarsi di sé stessi, e ad aprirsi a tutti. […] La Chiesa non si programma e i progetti di ammodernamento non bastano. C’è lo Spirito ci libera dall’ossessione delle urgenze e ci invita a camminare su vie antiche e sempre nuove, quelle della testimonianza, le vie della testimonianza, le vie della povertà, le vie della missione, per liberarci da noi stessi e inviarci al mondo” (Papa FRanceesco, Omelia, 5 giugno 2022). La Parola di Dio ci fa confrontare con la tentazione di farsi idoli rassicuranti, che tranquillizzano l’individuo, magari garantendo interpretazioni intelligenti, ma non un Dio geloso, un Padre presente che ti insegna ad amare perché ti ama e libera dalle paure e ferisce il vivere per sé. Gli idoli servono per riempire la stanchezza del cammino e subdoli svuotano la passione di Dio e la fiducia in Lui. Come Mosè siamo messi in guardia da fabbricarci idoli, come il culto del benessere, del consumismo, della propria forza, e intercediamo per il nostro popolo, interpretando la sua vocazione più profonda che il popolo stesso ha smarrito ma che pure è presente in tutti. Ecco quello che siamo chiamati a testimoniare e che, quando lo facciamo, riaccende relazioni, riapre dialogo, fa ritrovare il cammino vero a noi e ai tanti pellegrini con il cuore e il volto triste. Siamo riflesso dell’amore di Dio e lo siamo se mettiamo in alto la sua luce, ci liberiamo dal protagonismo che mette al centro solo noi stessi. Gesù non riceve gloria dagli uomini. E non riconosce Gesù che cerca la gloria gli uni dagli altri, ammonimento che sentiamo sempre rivolto a ognuno di noi, perché l’unica gloria è rivestire di amore il prossimo.
Ieri nelle testimonianze che abbiamo ascoltato, piene di speranza, di sofferenza, scritte nella vita ordinaria tutt’altro che patinata, ho contemplato la vera gloria di Dio che restituisce la vita, che la rende piena, che insegna a trasformare le avversità in opportunità. Gloria di amore dato e ricevuto. Il Concilio credeva che solo uomini spirituali, quelli che cambiano il cuore nella fede e si appassionano al mondo, saranno capaci di condurre l’umanità a un destino migliore. Uno spirituale resiste alla rassegnazione e all’appiattimento conformista. Metz ha scritto: “i cristiani sono sempre anche dei mistici, ma non sono esclusivamente mistici nel senso di un’esperienza spirituale di sé, bensì nel senso di una spirituale esperienza di solidarietà. Sono prima di tutto mistici con gli occhi aperti… una mistica che cerca il volto, che porta prima di tutto all’incontro con gli altri che soffrono, all’incontro con la faccia degli infelici… Gli occhi aperti e vigili ordiscono in noi contro l’assurdità di una sofferenza innocente e ingiusta… ci impediscono di orientarci esclusivamente all’interno dei minuscoli criteri del nostro mondo di soli bisogni”. Ecco, contempliamo la realtà, in questa cerchiamo i segni per comunicare la speranza e perché il Vangelo raggiunga il cuore e la mente di tanti.
Costruttori di comunità che danno gloria a Dio e quindi all’uomo, che camminano insieme.